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Il teatro (secondo noi)

di Claudio Montagna

Quando si desidera trasmettere un'idea e si vuole che venga compresa nel modo più completo possibile, si ricorre spesso a una forma di rappresentazione. La rappresentazione è infatti più potente della semplice comunicazione verbale: non si limita a spiegare, ma permette di vedere, comprendere e condividere un'esperienza.

La forma di rappresentazione di cui ci occupiamo è il teatro. Non lo spettacolo di intrattenimento, ma la rappresentazione teatrale intesa come occasione collettiva di conoscenza e partecipazione. Ogni forma di rappresentazione comunica, insegna, convince, apre la mente e rende visibile ciò che altrimenti sarebbe difficile vedere. Nel teatro questo avviene in modo particolare, perché la rappresentazione è realizzata da persone presenti per una collettività presente.


Ogni artista ha il diritto, e forse il dovere, di fare riferimento alle proprie sensibilità, alle proprie ragioni e alle proprie ispirazioni. Tuttavia l'artista teatrale si distingue dagli altri perché non produce un'opera compiuta e definitiva. Lo spettacolo esiste pienamente soltanto quando incontra un pubblico. Il teatro, infatti, è prima di tutto un atto e non un oggetto: nasce nell'incontro tra chi lo realizza e chi vi assiste, e termina quando quell'incontro si conclude.

Per questo il pubblico non è un elemento accessorio del teatro, ma una sua componente essenziale. Ogni rappresentazione potrebbe nascere nuova dalla presenza simultanea di chi la realizza e di chi la riceve. Eppure si parla molto di come si fa teatro e molto meno di che cosa il teatro fa. Si discute delle tecniche, delle regie, degli attori, degli allestimenti, mentre si riflette troppo poco sulle persone alle quali il teatro si rivolge, sui motivi per cui lo frequentano o se ne allontanano, sui bisogni ai quali potrebbe rispondere.

Quando il teatro accetta di competere principalmente sul terreno della spettacolarità, della notorietà degli interpreti, della complessità degli apparati e delle risorse economiche impiegate, finisce inevitabilmente per confrontarsi con mezzi espressivi che, da questo punto di vista, dispongono di strumenti molto più potenti, come il cinema o la televisione.

Per questo ritengo che il teatro debba valorizzare soprattutto ciò che gli appartiene in modo esclusivo: essere un atto comunitario, talvolta persino rituale; un'occasione di partecipazione e confronto; un evento costruito dalla somma di presenze, linguaggi ed emozioni; uno strumento per comprendere, ricordare, immaginare e progettare collettivamente.

Sono convinto che tutti, anche coloro che non entrano mai in un teatro, sentano il bisogno di occasioni che permettano di andare oltre la comunicazione ordinaria. Occasioni per vedere e capire meglio, per ridere o commuoversi, per dare forma a desideri, paure, fantasie e speranze, per riflettere sui propri diritti e sulle proprie responsabilità, per vivere intensamente il presente e confrontarsi con le grandi domande dell'esistenza.

Un teatro davvero compiuto non esiste senza un pubblico consapevole. Un pubblico che scopra progressivamente il valore del teatro, ne riconosca la funzione e finisca per sentirlo come qualcosa di proprio. Un pubblico che lo attenda, che lo desideri e che vi partecipi perché riconosce nello spettacolo questioni, emozioni e domande che gli appartengono già.

Il teatro migliore nasce quindi da una rete di relazioni tra chi lo realizza, chi lo guarda e chi ne rende possibile l'esistenza. È una risposta a una domanda collettiva. Per questo il pubblico deve essere messo nelle condizioni di chiedere il teatro, di accoglierlo e, se necessario, anche di rifiutarlo consapevolmente.

Esiste oggi una vasta parte della popolazione che non possiede un proprio teatro. Non perché non ne avrebbe bisogno, ma perché spesso non ha avuto occasione di incontrarlo davvero. Ha conosciuto soltanto forme ridotte o sostitutive di ciò che il teatro può essere e ha finito per considerarle sufficienti, oppure per rinunciarvi del tutto. A questo pubblico manca, per usare le parole di Gian Renzo Morteo, l'esperienza dell'autentica dimensione dell'arte drammatica come espressione ideale della vita di un popolo e non soltanto come semplice divertimento di una sera.

È a questo pubblico che penso quando immagino un teatro di chi normalmente non ci va. Un teatro nel quale le storie, i ricordi e gli aneddoti delle persone possano essere rappresentati come leggende condivise; un teatro capace di amplificare le voci individuali, di raccontare la felicità e il dolore, di rendere visibili dimensioni che spesso restano nascoste. Un teatro che sia ponte verso la storia, strumento di conoscenza, occasione di incontro tra persone diverse. Un teatro che attraverso l'emozione solleciti la riflessione e nel quale la qualità non si misuri dallo sfarzo dei mezzi impiegati, ma dall'efficacia con cui riesce a coinvolgere e a far comprendere.

Può essere un teatro frontale, centrale o itinerante; all'aperto o al chiuso; lungo o breve; composto da spettacoli, da narrazioni, da azioni diffuse, da quadri viventi, da incontri tra persone appartenenti a mondi sociali differenti. Può utilizzare attori, figure, pupazzi, danza, musica, parola, festa, immagini e presenza fisica. Può abitare il Carnevale, il Natale, il 25 aprile, il Primo Maggio, Ferragosto o il Capodanno. Può confrontarsi con la cronaca locale o con i grandi temi della politica internazionale. Può essere civile senza essere predicatorio e parlare di valori senza rinunciare alla complessità.

Soprattutto, può aiutare le persone a vedere e a vivere più pienamente il mondo che condividono.

 

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