Fare teatro
di Claudio Montagna
Nelle arti, generalmente, alcuni producono e altri assistono. C'è chi crea e chi guarda, chi realizza e chi fruisce. È sempre stato così: produce arte chi ritiene di possedere strumenti, competenze, esperienza. Gli altri assumono il ruolo di spettatori.
Per quanto riguarda il teatro, però, credo che le cose stiano diversamente. Credo che la possibilità di produrre teatro appartenga a tutti e che chiunque possa scegliere, di volta in volta, se essere spettatore o protagonista.
Fare teatro, e non soltanto assistervi, significa disporre di uno straordinario strumento di comunicazione e di una ricchezza espressiva accessibile a ogni persona.
Non credo che esista qualcuno incapace di fare teatro. È frequente sentire affermazioni come: «Io non saprei mai recitare una parte», «Non so cantare», «Non so muovermi». Sono osservazioni comprensibili, spesso sincere, ma che rischiano di identificare il teatro esclusivamente con alcune sue forme particolari.
Posso capire che molte persone non sappiano recitare, non abbiano una voce allenata, una memoria esercitata o una conoscenza delle tecniche sceniche. Sarebbe presuntuoso pensare di poter affrontare senza preparazione un testo della grande drammaturgia o una complessa messa in scena professionale. Ma il teatro non coincide con questo. Recitare è soltanto una delle molte possibilità attraverso cui il teatro può manifestarsi.
Il teatro è prima di tutto un atto basato su una finzione consapevole e dichiarata. Ciò che accade in scena non è la realtà, ma una sua rappresentazione. Questa rappresentazione assume la sua funzione soltanto quando qualcuno la realizza mentre qualcun altro vi assiste. Quando esistono una finzione condivisa e la compresenza di chi agisce e di chi guarda, il teatro è già presente. Non serve altro per affermarne l'esistenza.
Credo che la funzione del teatro sia dare forma visibile a ciò che le persone sentono come individui e come membri di una comunità. Il teatro rende più riconoscibili emozioni, desideri, paure, ricordi, conflitti e speranze. Aiuta a prendere coscienza di ciò che ci arricchisce, ci diverte, ci ferisce o ci interroga. Talvolta permette persino di intravedere aspetti dell'esistenza che normalmente sfuggono allo sguardo.
Per questo considero il teatro un viaggio, un attraversamento, un ponte che consente di andare a vedere e a capire. Ciò che conta non è il mezzo in sé, ma la meta che permette di raggiungere. Certamente un mezzo ben costruito facilita il viaggio, ma non esiste un solo modo corretto per costruirlo. Esistono infinite possibilità.
Spesso si dedica molta attenzione agli aspetti esteriori del teatro: alla forma, allo stile, agli apparati, agli effetti, alla complessità dei mezzi impiegati. Sono elementi importanti, ma non dovrebbero far dimenticare la destinazione del viaggio. Se il teatro è un veicolo, il suo valore non dipende soltanto dall'eleganza della carrozzeria, ma dalla sua capacità di portarci davvero da qualche parte.
Per questo motivo ritengo che non esista un unico modello di qualità teatrale. Esistono molte strade differenti per costruire un'esperienza significativa e capace di raggiungere il proprio scopo.
Fare teatro non significa soltanto recitare o, in mancanza di presunte qualità artistiche, accontentarsi di ruoli marginali. Fare teatro significa contribuire alla costruzione di un atto collettivo, scegliendo il compito più adatto alle proprie caratteristiche, in scena oppure dietro le quinte.
Il teatro può essere realizzato da una sola persona o da un gruppo numeroso. In ogni caso rimane un unico organismo espressivo. Come un concerto o un corpo vivente, funziona quando tutte le sue parti collaborano verso un obiettivo comune. Ogni elemento è importante non tanto per il proprio valore individuale, quanto per la sua capacità di contribuire all'insieme.
La bravura di un interprete trova il proprio significato più pieno all'interno dell'esperienza collettiva che il teatro costruisce. Nel teatro la dimensione collettiva è essenziale. Le individualità sono importanti, ma acquistano significato soprattutto all'interno della relazione che costruiscono con le altre componenti dello spettacolo.
Chi fa teatro contribuisce dunque alla costruzione di un'esperienza condivisa. Poco importa che sappia recitare oppure no. Poco importa persino che nello spettacolo vi siano parti recitate. Il teatro può assumere forme diversissime: può essere fatto di figure mute accompagnate dalla musica, di ombre, di pupazzi, di immagini, di oggetti, di movimenti, di parole o persino di silenzi.
Ho visto spettacoli realizzati con farina, pasta e verdure su un tavolo da cucina per pochi bambini e ne ho visti altri occupare intere colline davanti a migliaia di persone. In entrambi i casi era teatro.
Chiunque può appropriarsi di questo straordinario strumento espressivo e utilizzarlo per comunicare ciò che ritiene importante.
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: «Io non avrei mai abbastanza creatività». Personalmente credo che il problema non sia la creatività, ma il desiderio. Quando esiste un autentico desiderio di comunicare, le idee arrivano. Talvolta il desiderio è già presente senza che ce ne rendiamo conto. Si vorrebbe dire qualcosa e si aspetta qualcuno che ci ascolti; si vorrebbe invitare e si aspetta un invito.
Naturalmente esistono problemi pratici e tecnici. Anch'essi sono reali. Un aspetto del mio lavoro consiste proprio nell'accompagnare le persone lungo questo percorso: coltivare il desiderio di comunicare attraverso il teatro e fornire gli strumenti necessari per farlo. Quando un ostacolo può essere aggirato, insegno come aggirarlo. Quando può essere superato, insegno come superarlo. E quando è necessario, aiuto direttamente a risolverlo.
In fondo, il mio mestiere è anche questo: far fare teatro.

